Carla De Benedictis Medico Veterinario – Omeopata ROMA
L’Omeopatia non ha bisogno
di integratori
Tra estinzione e mutazione, resta solo chi sa capire il vivente
Negli ambienti omeopatici cresce la domanda sul futuro: “E se fossimo davvero l’ultima generazione?”. In un tempo in cui tutto si integra, si aggiorna, si ricombina, l’Omeopatia non chiede aggiunte, bensì lo studio della sua implicita modernità. Fiori di Bach e Bush Flowers, PNEI, comportamentismo: non serve aggiungere altro. Serve tornare a rivalutare e rendere interessante la complessità di una medicina che contiene già tutto.
Negli ultimi tempi tra gli omeopati si respira una preoccupazione nuova: “E se fossimo l’ultima generazione? Che ne sarà di noi, dopo di noi? Se non c’è ricambio, l’Omeopatia morirà?”.
Dopo oltre due secoli di storia, siamo davvero arrivati a questo punto?
È inevitabile chiedersi cosa non abbia funzionato: perché gli allievi non si iscrivono più alle scuole, e perché la maggior parte di chi consegue il diploma, poi non pratica. Forse è tempo di chiederci se ripartire da ciò che non va fatto più, da ciò che andrebbe finalmente fatto, o – più onestamente – da entrambi.
La riflessione parte da una discussione avuta recentemente su come motivare le persone a iscriversi a una scuola di Omeopatia. E tra le molte cose dette, ce n’è una che mi ha colpita, che considero tra quelle da non fare. Edulcorare la pillola. Inserire, cioè, nei corsi di Omeopatia, altre discipline integrative. Integrare significa mettere qualcosa che non c’è. Qualcosa di cui l’Omeopatia stessa è carente. Ma di cosa è carente l’Omeopatia?
Se in un corso di Omeopatia introduciamo i Fiori di Bach, cosa stiamo facendo davvero?
Non stiamo certo colmando un vuoto sui sintomi mentali: l’Omeopatia, se praticata correttamente, possiede già una sezione “Mind” sterminata, capace di abbracciare ogni sfumatura dell’essere umano e animale. Allora a cosa ci servono i Fiori di Bach?
Forse a colmare una carenza che non è dell’Omeopatia, ma nostra: la difficoltà di usarla in tutta la sua profondità, di reggere la complessità del mentale, di riconoscere che non servono “aggiunte”, ma competenza, esperienza e coraggio di prescrivere.
E cosa dire della PNEI, la psico-neuro-endocrino-immunologia, oggi sbandierata come la frontiera della Medicina integrata? L’Omeopatia non è forse una PNEI ante litteram?
Da due secoli lavora sulla connessione tra mente, sistema nervoso, ormoni e difese immunitarie, solo che lo fa con un linguaggio diverso, quello del simile e dell’Energia Vitale.
Abbiamo bisogno davvero di cambiare etichetta per sentirci moderni?
O dovremmo piuttosto riscoprire la modernità che già possediamo, nascosta nei paragrafi dell’Organon e nella pratica quotidiana dei casi ben seguiti?
La stessa riflessione mi è tornata in mente dopo uno scambio non proprio pacifico sulla pagina Facebook dei veterinari, a proposito di comportamentalismo.
Pare che solo i diplomati in materia possano esprimersi sul comportamento degli animali.
E allora mi chiedo: noi veterinari omeopati, che abbiamo dovuto imparare ad adattare la sezione Mind a più specie animali, traducendo emozioni e comportamenti in linguaggio omeopatico, possiamo incorrere nell’errore di scambiare un sintomo con una sindrome?
Dal punto di vista epistemologico, confondere una sindrome comportamentale con un quadro omeopatico significa scambiare una descrizione per una spiegazione: la prima elenca, la seconda comprende. E – come diceva Korzybski che riprendeva Gregory Bateson – la mappa non è il territorio.
Enio Marelli ha scritto una cosa che mi ha colpita:
L’Omeopatia, come la medicina comportamentale e la psicanalisi del ’900 post-Hillman, è diventata una semplificazione concettuale: invece di comprendere, etichetta, e infila nei vari cassetti. Eppure è la medicina più completa e meno giudicante tra tutte le medicine olistiche.
Parole dure, ma difficili da contraddire.
Forse è proprio qui che abbiamo perso qualcosa.
L’Omeopatia, nata come linguaggio di relazione tra osservatore e osservato, tra medico e paziente, si è via via ridotta a un metodo tecnico, a una classificazione di sintomi e rubriche.
Abbiamo dimenticato che repertorizzare non significa infilare un soggetto in una categoria, ma riconoscere un pattern di senso, un modo singolare e irripetibile di esprimere il disequilibrio.
Quando torniamo a “mettere etichette” – Ansia da separazione, Iperattività, Sindrome da privazione sensoriale, Disturbi dell’attaccamento – stiamo smarrendo il principio stesso dell’Omeopatia. Perché l’Omeopatia, quella vera, non giudica: ascolta, osserva, connette.
E non ha bisogno di altri linguaggi per capire il vivente, se non di chi la sa praticare con mente aperta e cuore allenato. L’Omeopatia non va integrata né modernizzata: va ripensata, con la stessa mente critica e scientifica di chi la fondò, rileggendo con occhi nuovi ciò che oggi viene semplicemente riciclato sotto altri nomi.
Le “nuove scoperte” sono belle e interessanti, certo. Ma a noi, che l’Omeopatia la pratichiamo ogni giorno, aggiungono poco. Forse ampliano lo spazio lavorativo: più competenze, più titoli, più corsi, più guadagni. Con il rovescio della medaglia: a forza di aggiungere, si rischia di svuotare. E uno studente, davanti a questa moltiplicazione di offerte, potrebbe finire per chiedersi: “A cosa serve davvero l’Omeopatia?”.
Forse il vero rischio non è che l’Omeopatia scompaia, ma che ci lasciamo convincere a decorarla come un albero di Natale, che poi, passata la festa, riponiamo nello scantinato. Perché, se manteniamo il focus sulle sue possibilità – immense, sorprendenti, ancora tutte da esplorare – non saremo l’ultima generazione, ma quella che l’ha saputa mantenere viva in uno dei momenti più duri della sua storia.
Veterinari Fiamo al Congresso di Orvieto
I funghi, in omeopatia, possono essere una medicina potente — o solo una decorazione, se si perde il focus (foto di Markus Spiske da unsplash.com)
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