Marco Colla
Medico Chirurgo – Omeopata BIELLA
studio@marcocolla.it
Docente Scuola di Medicina Omeopatica Similia Similibus di Torino
Monica Delucchi
Medico Chirurgo, Internista – Omeopata GENOVA/BRESCIA
monica.delucchi.csr@gmail.com
Docente Scuola di Omeopatia Centro Studi La Ruota di Milano
Storie di omeopatia quotidiana
Guarigioni in breve raccontate dagli omeopati italiani (e non)
Storie di omeopatia quotidiana
Questa rubrica è stata creata per favorire la pubblicazione dei tanti casi clinici che gli omeopati affrontano durante il loro quotidiano lavoro. Per l’Omeopata nessun caso è facile, nessun caso è impossibile. Ogni caso ha una soluzione che è degna di essere conosciuta perché non esistono due casi uguali. Scrivere i nostri casi clinici è utile per perfezionare la nostra pratica. Leggere i casi altrui è una via veloce per apprendere: prima o poi avremo di fronte una caso simile e ci ricorderemo della soluzione proposta dal collega. Fate conoscere i vostri successi quotidiani!
Norme per gli Autori
1) Descrizione sintetica del paziente e della sintomatologia.
2) Metodo usato per elaborare i dati e trovare il rimedio più adatto, specificando:
i) I sintomi scelti per la prescrizione.
ii) Il repertorio e le rubriche scelte.
iii) Le eventuali diagnosi differenziali.
iv) Le motivazioni della scelta finale.
3) Risultati e breve discussione.
I casi possono essere sia acuti che cronici.
Due casi di agitazione psicomotoria, in demenza conclamata, gestiti con Bryonia
Vincenzo Mengano
Medico Chirurgo, Internista, Omeopata – GROSSETO
vincenzomengano@tiscali.it
Il primo caso mi è capitato una decina di anni fa quando, nel corso di una visita, una paziente si lamentava disperata del fatto che il padre, affetto da demenza di Alzheimer conclamata da diversi anni, con una certa frequenza scappava letteralmente via di casa, correndo nei campi, richiedendo così un lungo inseguimento per essere riacciuffato. La motivazione delirante che portava era “voglio andare a casa mia”, pur essendo nato nella casa da cui stava scappando. A quel punto, quasi in modo automatico, le dissi di provare con Bryonia 30 CH, 5 granuli ai primi segni di crisi.
Avevo pensato a Bryonia sia perché, come è noto, “volere andare a casa” è una keynote dell’alterazione mentale di Bryonia, ma anche per una similitudine generale con il rimedio in quanto, di solito, i soggetti affetti da demenza sono ipoattivi, con avversione o difficoltà nei movimenti, addirittura allettati e, quindi, aggravati dal movimento.
Dopo alcune settimane, quando rividi la paziente, mi riferì, con mia sorpresa, che il rimedio aveva funzionato e gli episodi di fuga non si erano ripetuti. Non diedi molto peso alla cosa, innanzitutto perché ero erroneamente inibito dalla gravità della patologia e, in secondo luogo, si trattava di una prescrizione monosintomatica, di non grande affidamento.
Più recentemente, circa due anni fa, la mamma di una mia conoscente, già affetta da diversi anni da morbo di Alzheimer, presentava quasi settimanalmente delle crisi di agitazione psicomotoria, di intensità progressiva, che iniziavano tutte con la stessa petulante motivazione: “voglio andare a casa” e che gettavano la figlia in uno stato di sconforto impotente fino al pianto. Similmente in questo caso, senza altre informazioni importanti in mio possesso, trattandosi di un colloquio telefonico abbastanza superficiale e limitato, avevo prescritto Bryonia 30 CH, 5 gocce ai primi segni di crisi. Anche questa volta, con grande soddisfazione, mi venne confermata la validità della prescrizione, ricevendo notizie più dettagliate e aggiornate nel tempo: addirittura la figlia, per il timore che tornassero le crisi, ha somministrato quotidianamente Bryonia in questi due anni (al telefono ha esclamato: “nella mia casa Bryonia non può mancare!”) con un beneficio globale per la paziente, visto che attualmente cammina, si nutre e utilizza il bagno da sola, riposa abbastanza la notte, è di buon umore e accenna a qualche passo di danza quando sente la musica, ma questo non è un sintomo peculiare o inusuale, trattandosi di una signora di nazionalità brasiliana… Ovviamente ci sono degli alti e bassi sulle base delle variazioni del suo stato energetico, passa molto tempo a letto, il quadro demenziale rimane irrisolto anche se a volte ha degli sprazzi fugaci di lucidità; tuttavia, e non è poco in questi casi per chi li conosce e li tratta quotidianamente, la qualità di vita e la convivenza in casa sono accettabili, soprattutto visto che ha da poco compiuto 95 anni!
Riflessioni metodologiche e personali
Gli episodi di agitazione psicomotoria con stato di ipereccitazione mentale e fisica, sono abbastanza frequenti nella demenza di Alzheimer, circa il 50-60% dei casi, e vengono trattati farmacologicamente con gli antipsicotici, da quelli tradizionali (aloperidolo) a quelli atipici e più recenti (risperidone, olanzapina e altri). Va subito detto che già nell’aprile 2005 era stata resa pubblica un’informativa della Food and Drug Administration (FDA) in cui veniva precisato che, nei pazienti anziani con demenza, il trattamento dei sintomi comportamentali con antipsicotici atipici veniva associato a un più alto tasso di mortalità, rischio confermato sempre dalla FDA nel 2008 anche per gli antipsicotici tradizionali, in aggiunta, ovviamente, agli effetti avversi specifici del farmaco, più frequenti nelle persone anziane. Numerosi studi successivi hanno confermato questa tendenza, con un tasso di mortalità aumentata dal 35 al 60 % in più rispetto a chi, nelle stesse condizioni patologiche, non assume gli antipsicotici. Va anche aggiunto che la somministrazione degli psicofarmaci negli anziani li riduce in uno stato quasi vegetativo, di totale inattività.
Fermo restando che l’obiettivo della cura omeopatica rimane la totalità dei sintomi del malato e non di una parte (§§ 7, 18, 58 dell’Organon), Hahnemann, con la sua consueta chiarezza, ci parla della prescrizione omeopatica nel caso di malattie monosintomatiche o con pochi sintomi evidenziabili (§§ 172-184) incitandoci, in primis, a indagare più minuziosamente per estrarre ulteriori sintomi dall’analisi del caso e, se ciò non fosse possibile, ci esorta ugualmente a prescrivere il rimedio, possibilmente sulla base dei sintomi più caratteristici, anche se non si può coprire la totalità dei sintomi del paziente. Hahnemann giustifica questa prescrizione di tipo parziale alla luce del meccanismo d’azione omeopatico, cioè “la malattia artificiale opposta alla malattia naturale” su una base di similitudine; vale a dire che l’azione tossica di una sostanza, nel nostro caso “subtossica” trattandosi di dose infinitesimale, provoca una risposta omeostatica da parte dell’organismo che tende a ripristinare l’ordine fisiologico e, quindi, quando è possibile, la guarigione. Su questa base il rimedio parziale, per quanto limitato nella sua azione, stimola comunque beneficamente la “Forza Vitale”, cioè l’energia difensiva, riparativa e regolatrice dell’organismo, rinforzandolo; il rimedio, inoltre, con il suo tropismo, va a sollecitare determinate aree recettoriali, silenti fino allora dal punto di vista sintomatologico, ma patologicamente sensibili e, quindi, capaci di sviluppare sintomi reattivi. Così – sempre su indicazione di Hahnemann – il quadro sintomatologico del paziente si arricchisce di nuovi sintomi e offre la base per una prescrizione omeopatica più completa ed efficace.
Quindi, non è vero che l’Omeopatia serva solo nei disturbi funzionali, ma è utile anche nei casi gravi e lesionali: ne sono una realtà più che cinquantennale del Pareek Hospital, in India, la Clinica Dr. Spinedi in Svizzera, l’esperienza clinica internazionale, in campo oncologico, di A.U. Ramakrishnan e, ovviamente, i numerosi casi di malattie gravi, trattate con l’Omeopatia, riportati sulla nostra rivista “Il Medico Omeopata”. Se in queste condizioni patologiche avanzate l’Omeopatia non è in grado di guarire, è comunque in grado di apportare notevoli benefici, a volte sorprendenti.
Aggiungerei inoltre una mia riflessione: noi medici cerchiamo sempre di fare del nostro meglio e, anche quando non raggiungiamo la “perfezione” prescrittiva, possiamo aiutare ugualmente i malati, perché è meglio assumere un rimedio omeopatico ad azione parziale che un farmaco tossico e inefficace, come da osservazione routinaria (vedi gli antibiotici prescritti indiscriminatamente, con relativa selezione di “superbatteri” resistenti, per non parlare del paracetamolo, onnipresente, i cortisonici somministrati un po’ troppo generosamente a tutti i livelli, gli amati FANS, sicuramente efficaci nel danneggiare lo mucosa gastrica e via discorrendo).
Nei due casi che ho descritto, se avessi ceduto al mio impulso perfezionista, avrei evitato di prescrivere Bryonia, lasciando questi due anziani trasformarsi in “zombie” sotto l’effetto degli psicofarmaci.
Voglio precisare, tuttavia, che non sto condannando i farmaci, ma il cattivo uso che se ne fa: nelle malattie progressive e neoplastiche, secondo la mia opinione, dobbiamo ricorrere a tutti i mezzi di cui disponiamo, farmaci inclusi, se occorrono, senza nessuna preclusione mentale, nell’interesse della vita del paziente.
A questo punto potrebbe sorgere l’interrogativo “angosciante” tra gli omeopati: “Ma il rimedio omeopatico ad azione parziale non può causare una soppressione?”. Hahnemann parla di soppressione (§§ 185-205) nei casi di “mali locali esterni” che vengono rimossi con trattamenti superficiali allopatici, senza che vengano sanate le cause interne della malattia, che rimane non più visibile all’esterno e continuando a progredire in profondità… Tuttavia il rimedio omeopatico, per sua natura, non spegne un sintomo come fanno i farmaci con un meccanismo biochimico allopatico, ma stimola sempre nell’organismo una reazione endogena di cura in relazione a quel disturbo. È vero, l’attenuazione di un sintomo con contemporaneo peggioramento del quadro patologico generale del paziente è un fenomeno che si può verificare in Omeopatia, ma accade, in sintesi, quando il rimedio “poco simile” produce nuovi sintomi, che aggravano la condizione del soggetto, soprattutto se debilitato; oppure accade se il rimedio non è sufficientemente adatto a contrastare in toto il processo patologico in atto, cioè manca di un’azione profonda capace di modificare il terreno o, in termini scientifici correnti, ricomporre lo squilibrio del sistema PNEI.
“Questo esame individualizzato di ogni caso di malattia… richiede al medico assenza di preconcetti, sensi sani, osservazione attenta e fedeltà di riproduzione del quadro morboso” (§ 83). Quale, impareggiabile, chiarezza e precisione! A supporto di questo corretto atteggiamento mentale del medico, così recita un prezioso aforisma orientale: “Non occorrono costruzioni mentali per osservare la realtà che ci circonda; al contrario, dobbiamo liberarci dai nostri condizionamenti mentali per vedere ciò che è così com’è e non come pensiamo che sia.”.
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