Proving Camminare sul fermo suolo della non oggettività delle cose 

Elisabetta Zanoli
Medico Veterinario – Omeopata  SOLIERA (MO)

Docente Scuola Omeopatica di Verona.

veterinari.giardini@virgilio.it

Proving

Camminare sul fermo suolo della non oggettività delle cose

Quest’anno, la stagione omeopatica si è aperta con il XXII Congresso FIAMO nella splendida cornice orvietana. La rassegna degli interventi ha offerto una nutrita esposizione di relazioni a carattere storico, di pratica clinica e di prospettive di ricerca. Tra i molti temi emersi, uno in particolare ha catalizzato attenzione e dibattito: il proving. Il proving è il punto di partenza non solo per la conoscenza di un rimedio omeopatico, ma anche per il suo utilizzo e quindi riveste un valore fondamentale per l’Omeopatia. Proprio per questo è necessario che la sua conduzione, e soprattutto la raccolta dei sintomi che ha prodotto, avvengano con assoluto rigore. Tuttavia, quanto emerso durante il Congresso, invita a interrogarsi su un aspetto tutt’altro che secondario: il ruolo del placebo.

La questione più interessante ha riguardato la raccolta delle manifestazioni prodotte nei soggetti che hanno assunto il placebo i quali, in alcuni casi, hanno duplicato esattamente gli stessi sintomi di chi il rimedio lo aveva assunto realmente. Si potrebbe ritenere che i fenomeni sviluppati da placebo non siano nemmeno da prendere in considerazione, per paura di contaminare il quadro dei sintomi puri. Ma davvero queste manifestazioni sono qualcosa di estraneo alla sperimentazione?

La scienza contemporanea, con l’avanzare delle conoscenze nella Fisica quantistica, ci offre una prospettiva diversa. Come suggeriva Nikola Tesla, geniale inventore e fisico serbo-americano vissuto a cavallo tra il XIX e XX secolo, se vogliamo scoprire i segreti dell’Universo, dobbiamo iniziare a pensare in termini di energia, frequenza e vibrazione. In un momento storico in cui il concetto di entanglement quantistico è ormai universalmente riconosciuto, la domanda sorge spontanea: se rimedi e placebo sono preparati in soluzione liquida, quanto l’acqua di fonte può essere impressionata dalla presenza dei flaconi informati vicini, seppure in modo non intenzionale, nonostante essi siano confezionati e conservati singolarmente e separatamente?

Sappiamo che l’acqua può subire processi di informazione vera e propria attraverso meccanismi di trasmissione vibrazionale all’interno di un campo elettromagnetico. Per escludere una possibile contaminazione, un primo passo potrebbe consistere nel far preparare il rimedio e il placebo da laboratori distinti e nel farli recapitare direttamente ai prover, così da evitare qualsiasi contatto tra le diverse preparazioni. Tuttavia rimane un’ulteriore profonda questione: quanto l’appartenenza a uno stesso campo energetico può influenzare e indurre la medesima manifestazione sintomatologica nei soggetti in esso immersi? La Fisica quantistica ci spiega che l’universo è uno spazio di infinite possibilità in cui tutto è collegato e connesso. Il fenomeno di risonanza è un processo di comunicazione e sintonia che permette il trasferimento di energia e informazioni tra due o più entità che hanno una vibrazione simile. È evidente che si crei pertanto una forma di linguaggio che influenza e permea le diverse parti immerse in una stessa esperienza, o meglio, in uno stesso campo. Probabilmente la spiegazione del campo energetico è la medesima che porta alcuni Colleghi veterinari ad avere l’idea di prescrivere lo stesso rimedio all’animale e al suo proprietario, in un intreccio di espressioni sintomatologiche o di modalità di reazione e relazione che li caratterizzano come se fossero una sola entità. Se già Hahnemann, nei paragrafi 127 e 136 del suo Organon, raccomandava sperimentazioni su soggetti di entrambi i sessi e con diverse costituzioni per evidenziare le differenze di effetto di un rimedio, perché non osare un progetto più ambizioso ed estendere il proving oltre la specie umana?

Organizzare un proving su un gruppo animale, o meglio ancora misto, animale e umano contemporaneamente, potrebbe fornire ulteriori conferme sull’effetto placebo, oltre che aprire nuovi orizzonti di valutazione e confronto sui sintomi prodotti. Ci permetterebbe in primis di verificare se il placebo è in grado di produrre sintomi uguali al verum anche negli animali. Inoltre ci consentirebbe di paragonare i sintomi insorti nelle diverse specie, con quelli umani. Potremmo osservare quanti sintomi simili emergono tra un umano e il suo animale, sapendo a priori che, come ci ricorda Hahnemann nel paragrafo 134, non tutti i sintomi propri di un rimedio si sviluppano durante un proving. Questo dato ci darebbe conferma ulteriore di quanta influenza possa gravitare tra soggetti che sperimentano uno stesso campo energetico, reso ancora più stretto dalla convivenza. La scelta di un rimedio ad alta espressione di sintomi fisici, più che mentali, e il coinvolgimento congiunto di medici e veterinari nella raccolta e valutazione dei dati, sarebbero i punti chiave di questa proposta di sperimentazione. Un tale progetto, seppure non privo di difficoltà organizzative, offrirebbe informazioni di inestimabile valore, non solo riguardo alla sostanza sperimentata, ma anche relative al comportamento “energetico” dei soggetti coinvolti.

In definitiva, l’effetto “placebo-non placebo” merita un approfondimento serio e rappresenta un tema di grande potenziale su cui porre l’attenzione nei prossimi Congressi.

È tempo di integrare le scoperte della Fisica quantistica nella nostra comprensione dell’Omeopatia, aprendo la strada a nuove frontiere della ricerca e della pratica clinica.

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