Integrazione e interazione

Antonella Ronchi
Medico Chirurgo – Omeopata MILANO

Presidente Fiamo
antonellarnch@gmail.com

Integrazione e interazione

L’Assemblea FIAMO di marzo mi ha ricondotto, dopo sei anni di un’ottima presidenza di Bruno Galeazzi, a riprendere il ruolo di Presidente, che avevo ricoperto dal 2002 al 2020. Ho pensato di andare a rileggere quanto avevo scritto in qualche mio editoriale del passato per capire se e come le cose sono cambiate e che cosa adesso sento di dover comunicare.

Per capire il tono di quanto pubblicato nel numero 20 de Il Medico Omeopata, dopo la mia nomina nel 2002, bisogna considerare che cosa si muoveva in quel periodo nel mondo omeopatico.

Si erano da poco create ai due estremi della FIAMO, diciamo a destra e a sinistra, due Associazioni che si contrapponevano alla Federazione, una più integralista, l’altra più aperta ai prescrittori. E quello che allora veniva vissuto come particolarmente minaccioso era che l’accettazione dell’Omeopatia passasse grazie a una perdita della sua identità. Anche il documento su The domain of Homeopathy dell’ECH, in preparazione in quei mesi, partiva dal medicinale omeopatico e non dall’Omeopatia come sistema di Medicina. Si comprende così l’accentuazione che in quell’editoriale mettevo sul concetto di globalizzazione e sulla necessità di un’integrazione rispettosa del paradigma. Con la saggezza di adesso vedo in quel testo un tono acerbo, molto lontano da una modalità “politically correct,” ma guardo ancora con simpatia e direi quasi tenerezza a quella mia passione, che resta ancora intatta, anche se sono passati 24 anni da allora e molte cose sono cambiate. E anch’io sono cambiata, certamente.

Il tema dell’integrazione ha avuto in questi anni uno sviluppo inarrestabile. Si parla adesso di TCIM, Medicine Tradizionali, Complementari e Integrative, anche se a molti di noi la parola integrazione continua a far venire l’orticaria. Rileggendo l’editoriale del numero 37, pubblicato in occasione del Congresso Liga di Ostenda, possiamo capire quali siano i rischi di questo processo, ma anche quali le opportunità. In quell’articolo proponevo di togliere la lettera G alla parola integrazione per adottare il termine interazione: questo perché, dato lo squilibrio di forze tra la Medicina accademica, convenzionale, e l’Omeopatia, l’integrazione avrebbe comportato il rischio per l’Omeopatia di essere tout court assimilata dalla Medicina convenzionale.  Questo resta certamente un pericolo rispetto a cui restare vigili e questa vigilanza deve concretizzarsi soprattutto nel proporre una formazione completa, di alta qualità. Quindi manterrei l’accento sul termine interazione, rispettoso dello specifico paradigma omeopatico, ma non dimenticherei la necessità invece dell’integrazione nella propria pratica clinica. Se riflettiamo sul nostro mestiere di medici, credo che siamo tutti d’accordo che il nostro primo obbiettivo è il bene del nostro paziente, che deve essere trattato in sicurezza. Certamente la scelta del trattamento omeopatico resta la prima scelta, e dobbiamo aiutare i nostri pazienti a ricorrere a farmaci convenzionali il meno possibile, ma ci sono situazioni in cui, o per un nostro limite, o per la necessità di garantire la sicurezza del malato, può essere necessario ricorrere ad altri approcci. Credo anche che concordiamo tutti che se un paziente anziano, in trattamento con più farmaci, si rivolge a noi, il nostro obiettivo sia quello di ridurli, affiancando inizialmente la terapia omeopatica e seguendo man mano l’evoluzione. Questo è quello che considero una necessaria integrazione.

In questi anni, anche soprattutto con la pandemia appena vissuta, è emersa la crisi della Medicina e della sua scientificità, i limiti delle Linee Guida e delle evidenze per come vengono adottate. Si cerca un’oggettività, che in realtà non tiene conto delle acquisizioni che la Fisica quantistica ci ha regalato: il determinismo assoluto è morto. Ma questo non è solo un problema esterno alla nostra comunità: anche all’interno del mondo omeopatico è vivo un dibattito su quanto è oggettivo e quanto è invece frutto di interpretazione nella gestione del paziente omeopatico. E questo dipende dal fatto che l’Omeopatia, in quanto Medicina, è sia scienza che arte e quindi l’elemento interpretativo è di fatto non eliminabile, ma addirittura potrebbe costituire una ricchezza, se gestito saggiamente.

Io credo che l’oggettività sia la base necessaria per una gestione artigianale sicura, ma la ricchezza data dalle capacità interpretative fa fare il passaggio alla gestione artistica della cura. Il processo della Consensus Conference, avviato negli anni scorsi, aveva proprio la funzione di ragionare su questi temi: spero che ci sia ancora la disponibilità a continuare su questo percorso.

Ci sono tante cose di cui potrei parlare ancora, ma mi limito a mettere l’accento su quelle che mi sembrano priorità per il nuovo Consiglio. Innanzi tutto dobbiamo far comprendere il valore dell’essere parte della Federazione, e del partecipare alla sua vita. Dobbiamo poi prevedere modalità che permettano di far conoscere, e poi trasmettere nelle Scuole del Dipartimento, la scienza omeopatica. Dobbiamo poi collaborare con tutte le realtà che mettano la libertà di cura al centro della loro ragione sociale, perché questo ci unisce e aumenta la nostra forza. Anche la nascita di AISO, l’Associazione Italiana per il Sostegno all’Omeopatia, che nella prima settimana di vita ha già raggiunto i 100 iscritti, va nella direzione di dar forza alla nostra voce: fatela conoscere ai vostri pazienti, invitateli a iscriversi e iscrivetevi anche voi stessi. Per quest’anno l’iscrizione è gratuita e comunque anche successivamente la quota sarà certamente accessibile.

Riporto le parole con cui concludevo il primo editoriale del 2002, perché il mio amore per l’Omeopatia non solo è rimasto, ma è cresciuto negli anni e Pierre Schmidt rappresenta per me una figura ideale di medico, e in particolare di medico omeopata.

Pierre Schmidt ci ricorda che l’Omeopata possiede tre ricchezze peculiari:

– Poter distinguere e soprattutto utilizzare i sintomi del malato da quelli della malattia

– Conoscere l’impiego pratico dei sintomi non patognomonici, completamente inutilizzati nella Medicina allopatica

– Poter affermare di aver praticato una vera guarigione grazie alla Legge di Hering.

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