Massimo Mangialavori
Medico Chirurgo – Omeopata CASTEL DEL PIANO (GR)
mangialavori@mac.com
Una bella esperienzain Sudafrica…
di quelle che torni a casacon amichevole invidia!
“HSA, Homeopathic South African Association, mi invitò al loro Congresso nazionale nel 2021 per la prima volta. Allora eravamo ancora in quel periodaccio di pandemenza sindemica per cui mi fu solo possibile partecipare con un intervento registrato. Brutta cosa, ma meglio che niente: mi riesce proprio difficile cercare di condividere qualcosa senza vedere in faccia gli interlocutori. Già allora, però, ebbi l’impressione di avere a che fare con Colleghi molto seri e ben preparati. Ci lasciammo con la promessa di rivederci de visu quanto prima. E così lo scorso settembre ho avuto il piacere e l’onore di tenere due lectio magistralis, il 26 e 27, al loro Congresso nazionale a Cape Town e, pochi giorni dopo, altri due seminari presso l’Università di Durban.“.
Già… L’Università, avete letto bene.
Ma non una di quelle che ti invita perché sei un medico strano, non convenzionale, con cui fare finta di tentare un approccio partendo dalla arrogante sicumera che il loro modello sia quello giusto e, soprattutto, l’unico. No… stiamo parlando di una Università di Medicina Omeopatica. Un corso di laurea di 6 anni, del tutto paritetico alla formazione convenzionale, dove si studia anche Farmacologia per sapere come intervenire sui pazienti che stanno assumendo altri farmaci. Una Facoltà con un Dipartimento di Anatomia che non avevo mai visto fino ad ora, nemmeno nelle università americane, di quelli con i cadaveri donati alla Facoltà per permettere agli studenti di studiare sui corpi (ovviamente defunti) veri. In quel dipartimento c’è un esperto in plastinazione che prepara sezioni vere, imbalsamate grazie a questa recente tecnica. Come un ottimo atlante di anatomia, ma fatto molto, molto, meglio e, soprattutto, mostrando sezioni umane a grandezza naturale. Meno artistiche delle cere del Museo della Specola di Firenze, sicuramente assolutamente reali e impossibili da immaginare persino per un chirurgo che, vittima di certi comitati etici, non può fare a fettine né usare il microtomo sui pazienti ancora in vita. Dulcis in fundo, quel Dipartimento è aperto 24 ore al giorno: per consentire agli studenti di visitarlo quando possono.
Una Facoltà dove c’è una stanza per la formazione alla consultazione omeopatica, di quelle con un grande specchio al di là del quale siedono in silenzio altri Colleghi e insegnanti. Una Facoltà che conferisce una laurea dello stesso valore di quella in Medicina e Chirurgia e che riconosce pienamente le prescrizioni di rimedi omeopatici, allo stesso livello dei farmaci convenzionali. Una Facoltà in cui fanno ricerche sui rimedi omeopatici, e provings riconosciuti dal loro Ministero della Salute.
Provate a immaginare una università il cui Preside, per ben due mandati, è stato un medico omeopata. Provate a immaginare che con quella formazione siete liberi di trattare qualsiasi paziente, senza incorrere quotidianamente nei nostri rischi di carattere medico-legale, in un paese dove i produttori di famaci non sono taglieggiati e costretti a pagare migliaia di euro per registrare i rimedi.
Non è Star Trek.
Qualcuno potrebbe dire… sì… ma quello è il Sudafrica. Già, il paese dove fu fatto il primo trapianto cardiaco nel 1967 ad opera di Christiaan Barnard.
Dicono che da vecchi si può dire un po’ quello che si vuole, male cha vada ti danno una pacca sulla spalla. Beh, allora forse posso tentare di condividere lo scoramento di qualcuno che ancora ci crede, che prova a tentare di condividere i risultati del suo lavoro e della sua ricerca clinica, e che nel corso degli ultimi 10-15 anni ha visto chiudere progressivamente la maggioranza delle scuole di formazione omeopatica nei paesi occidentali, Stati Uniti compresi.
A essere onesti, oggi accetto molto mal volentieri inviti a docere: nella maggioranza dei casi sono poche ore a disposizione e, soprattutto, la platea è composta quasi esclusivamente di casalinghe insoddisfatte senza la minima formazione medica, personaggi che, quando va bene, vedono qualche paziente al mese affetto da disturbi di medicina da salotto. Comprensibilmente battono le mani anche a chi presenta in un congresso della Liga un caso di Buco nero, che non è lo sfintere di una pantera, ma una boccetta posta di fronte a un telescopio puntato, appunto, nello spazio infinito verso un buco nero: ovviamente un rimedio imponderabile. Stavo pensando, infatti, di suggerire a Gustavo Dominici un nuovo proving di Melanconia, impregnando qualcosa al di là di un cannocchiale puntato verso… datemi voi un’idea, ci sto ancora lavorando… noi “veniamo dal Sud e camminiamo a piedi”.
Beh, lì c’erano studenti dai 20 anni in su, sia al congresso che, ovviamente, in Facoltà. Quando in occidente, se va bene, l’età media dei partecipanti ai seminari è 45 anni. Non dico altro.
Invece i Colleghi già formati, con i quali ho avuto il piacere di lavorare per un giorno, erano tutte persone con i piedi per terra, che usano ancora il Repertorio, che conoscono le Materie Mediche e raramente si producono in affermazioni metafisiche.
Bastava solo questo per farmi tornare a casa migliore, fiducioso, pieno di una ritrovata speranza, coccolato da un balsamo che a noi cardiopatici davvero fa allargare cuore e respiro. E, a pensarci bene, anche il rapporto tra i medici convenzionali e i nostri Colleghi omeopati lì è ben diverso. Penso che sicumera sia una patologia professionale dei laureati in Medicina, non solo convenzionale a dire il vero. Ma lì esiste un rapporto diverso, una stima reciproca differente nonostante le differenze di modello medico. E poi, sia i Colleghi convenzionali che i pazienti non sono assoggettati alla stessa sotto-cultura consumistica nei confronti dei farmaci: se ne usano molti di meno – soprattutto in ambito pediatrico – scadono meno spesso e non devono essere tanto spesso rimpiazzati per questioni di mercato. È così in Sudafrica, in Brasile, in India… senza essere affatto complottisti, vuoi vedere che forse questi paesi BRICS, meno satelliti di un certo imperialismo, formano una classe medica diversa?
Durante il congresso abbiamo assistito a un filmato, la presentazione di una bellissima realtà: il KHULA NATIONAL HEALTH CENTRE (www.khula.org).
Nicoliene Potgieter e suo marito Manuel Steiner hanno creato questa fondazione che si occupa di due progetti: in Malawi e in Sudafrica. Strutture “povere”, ma ricchissime di umanità e pazienti che non hanno accesso ad altre terapie e sono curati solo da omeopati volontari.
Già al congresso avevo pensato di fare una donazione ma, nemmeno a farlo apposta, mentre ero in viaggio sono stato contattato da Nicoliene che mi invitava a farle visita. Nessun problema, ero proprio di strada e ci sono andato molto volentieri pensando alle mie esperienze andate a buca. Anni fa, proposi all’Assessore alla salute del comune di Modena, paziente omeopatica da anni, di aprire un ambulatorio omeopatico per seguire pazienti particolarmente in difficoltà, prevalentemente i cosiddetti extra-comunitari. Mi fu domandato se avevo intenzione di farle perdere il posto di lavoro. La stessa cosa successe con un Sindaco a cui offrii, ovviamente sempre pro bono, di aprire un piccolo centro per la terapia delle cefalee. Si vede che certe cose non me le sono meritate, ci penserò.
Al nostro arrivo a Khula, con grande emozione, ho incontrato un Collega svizzero che nel giurassico ha seguito la mia scuola e parecchi altri seminari e che ora, in pensione, dedica parte del suo tempo a questo volontariato. C’erano già una cinquantina di pazienti, raccolti da un pulmino che li preleva anche da paesi piuttosto distanti; le traduttrici in divisa, indispensabili per i Colleghi che ovviamente parlano solo inglese e non lo zulu, e vari volontari da diverse parti del mondo.
Prima di cominciare le visite, ogni giorno, le traduttrici invitano tutti a cantare. Una cosa da rabbrividire: non era un coro, nemmeno persone che in qualche modo avevano fatto alcuna prova prima di allora, ma non c’era UNA stonatura. Alcune donne, piuttosto corpulente, ballavano, incuranti dei loro malanni e muovendosi con la grazia di un cetaceo in mare: se mai ne avete visto uno, non fanno nemmeno una bollicina…
Il canto è una specie di rito, una preghiera per benedire i medici che dovranno prendersi cura di loro. Non sono riuscito a trattenere le lacrime, quel canto mi è entrato dentro e ancora se ne deve andare. Il prossimo anno canterò anche io.
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